Scienza

Gli effetti della caffeina sul nostro organismo

La farmacocinetica per comprendere meglio come il nostro organismo reagisca agli stimoli
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Farmacocinetica. Termine difficile? “Roba da scienziati”?

È vero: è un aspetto squisitamente tecnico dell’argomento. Il più difficile per i non addetti ai lavori. La Farmacologia è spesso un campo oscuro anche per noi medici. Molte volte ci limitiamo a studiare gli effetti di un farmaco, quelli desiderati e quelli indesiderati: tutto ciò che ci serve per prescriverlo in sicurezza e sapere quando interromperlo. Ma nulla più.
I dettagli molecolari sono roba da farmacologi.

Proprio per questo, voglio inaugurare questa rubrica partendo dall’argomento più difficile e potenzialmente più noioso. Per dimostrarvi che anche un aspetto super-specialistico, da “topo da laboratorio” (nel senso di studioso che vive rintanato in un laboratorio, non di animale da esperimento!) può essere reso divertente, e come sia certamente molto interessante per comprendere gli effetti di una molecola a tutti noi tanto cara.

Inizieremo dunque spiegando passo a passo un articolo scientifico tutto italiano, intitolato “Caffeine: Cognitive and Physical Performance Enhancer or Psychoactive Drug?”, pubblicato su Current Neuropharmacology nel 2015 dall’Università La Sapienza di Roma, il cui primo autore è Simone Cappelletti. L’articolo è un “Review”, e cioé si propone di riunire tutte le pubblicazioni scientifiche esistenti sull’argomento, integrandole e analizzandole.

Cos’è la farmacocinetica?

La farmacocinetica si occupa di studiare l’ingresso di un farmaco nel nostro corpo, la sua diffusione nei tessuti, le modificazioni che subisce in essi, e le vie di eliminazione della molecola dall’organismo.
Alcuni di voi saranno già sul chi va là: “La caffeina è un farmaco”? Certo.
In quanto molecola con proprietà chimico-fisiche in grado di influire sui meccanismi biologici dell’organismo umano, dal punto di vista scientifico, la caffeina va considerata un farmaco, e per essere precisi fa parte della categoria delle Metilxantine.
Legalmente, invece, non è considerata farmaco, pertanto può essere contenuta in prodotti alimentari di libera vendita e integratori.

Come la caffeina viene assorbita dal nostro organismo

Tornando alla farmacocinetica, analizziamo gli aspetti più importanti. La via di assunzione è principalmente quella orale, da cui raggiunge il sistema gastrointestinale che la assorbe senza difficoltà. Va detto, infatti, che la caffeina ha una dote straordinaria, estremamente rara nelle molecole attive: diffonde con facilità attraverso tutte le barriere del nostro organismo. 


Ci sono infatti molecole che non penetrano facilmente nei nostri tessuti attraverso l’apparato digerente. Alcune passano solo in parte (spesso grazie ad altri composti che fanno da “traghettatori”) e altre non sono assorbite affatto e vengono eliminate con le feci.  La caffeina diffonde liberamente dall’intestino al sangue.

Ma le “barriere” del nostro corpo non finiscono qui: una delle più importanti è quella ematoencefalica. Cioè quella che impedisce a moltissimi composti (soprattutto a quelli più pericolosi) di raggiungere il nostro cervello. La barriera ematoencefalica è quella che impedisce, per esempio, alla cocaina di dare importanti effetti psicotropi se assunta per bocca o endovena.
Per questo viene sniffata: dalla mucosa olfattiva del naso arriva direttamente al sistema nervoso centrale, bypassando proprio la barriera ematoencefalica. La Caffeina, invece, la attraversa indisturbata direttamente dal sangue. Non aspirate il caffè dal naso, dunque. Non ne avrete alcun beneficio.

Una molecola amica da cui il nostro corpo non vuole separarsi

Quindi, possiamo immaginare una diffusione rapida, completa e uniforme della caffeina in tutti i tessuti del nostro organismo. E non solo! 
Se l’organismo umano in questione ne ospita un altro (condizione che comunemente chiamiamo “gravidanza” e che riguarda – ad oggi – solo le donne) la caffeina diffonde facilmente anche attraverso un’altra importantissima barriera: quella placentare.


Questa barriera ha il compito di selezionare quali composti possono passare liberamente dal sangue della madre a quello del feto, evitando, ad esempio, un contatto tra sistemi immunitari che potrebbe causare reazioni pericolosissime per entrambi gli organismi in questione (madre e figlio). Beh, anche qui la caffeina passa senza intoppi, diffondendo in tutti i tessuti del nascituro come in quelli della madre.


Lo stesso vale per la barriera emato-testicolare. Ne consegue che anche gli spermatozoi subiranno gli effetti della caffeina. Ma gli effetti non verranno trattati in questo articolo, pertanto siete liberi di inventare ogni sorta di battuta di spirito a riguardo, almeno fino a quando non vi smentiremo con un nuovo articolo!


In questo elenco non va infine dimenticata la barriera che più di tutte le altre ci protegge da ogni sorta di agente esterno (farmaci, tossine, germi, radiazioni, temperatura, ecc): la cute!
La cute è in assoluto la barriera più efficace del corpo umano: ci isola quasi completamente dall’ambiente esterno. Pochissimi principi attivi si possono somministrare attraverso la cute, perché pochissime sostanze sono in grado di attraversarla. Pure qui, la caffeina ci stupisce: è in grado di entrare nel nostro corpo anche attraverso la pelle!

Sembra proprio che il destino dell’essere umano sia dunque quello di non potersi isolare dalla caffeina, essendo di fatto costretto, dalla Farmacocinetica, ad arrendersi ad essa!

Siete curiosi di saperne di più? Non resta che attendere il prossimo articolo su questo argomento!

Bibliografia
1. Cappelletti S, Piacentino D, Sani G, Aromatario M. Caffeine: cognitive and physical performance enhancer or psychoactive drug? [published correction appears in Curr Neuropharmacol. 2015;13(4):554. Daria, Piacentino [corrected to Piacentino, Daria]]. Curr Neuropharmacol. 2015;13(1):71‐88.
2. Lee, R.A.; Balick, M.J. Rx: Caffeine. Explore (NY), 2006, 2(1), 55-59.
3. Porciúncula, L.O.; Sallaberry, C.; Mioranzza, S.; Botton, P.H.; Rosemberg. D.B. The Janus face of caffeine. Neurochem. Int., 2013, 63(6), 594-609.

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