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Caffè e prezzi: non possiamo più permetterci le dinamiche di sempre

Inutile girarci troppo intorno, gli italiani non riescono a mettersi d’accordo nemmeno sul prezzo di un Espresso al bar. Fra esercenti e consumatori la guerra è ormai dichiarata e a farne le spese, come sempre, è la qualità

Sull’Espresso italiano tradizionale, quello nella tazzina di ceramica che tutti conosciamo come il tassello finale di ogni pasto che si rispetti, è una materia di cui il nostro paese poteva e doveva vantarsi. Siccome gli italiani si ritengono gastronomicamente superiori a molti Paesi, la vanagloria del caffè come materia prima di alta qualità e prestigio sulle nostre tavole è oggi ancora un vanto capace di infervorare gli animi e i cuori di molti compatrioti, esperti nel settore e no, patriottici e no. Insomma, non ci lasciamo scappare occasione per inalberarci nelle nostre torri d’avorio e ragionare come grandi fautori della bevanda nera più consumata al mondo. C’è solo un problema, dietro questo ragionamento.


Perché non solo non abbiamo più il primato di “miglior Espresso al mondo”, ma la nostra penisola sta proprio marciando indietro di almeno un secolo nel panorama gastronomico e culturale. Dovessimo infatti scattare una fotografia di come il mercato culinario è oggi motivo di vanto e orgoglio per l’Italia ci sarebbe ben poco di cui gioire: tranne alcune eccellenze che per fortuna teniamo come assi nella manica per fare bella figura insieme agli amici esteri (come il vino, il Parmigiano Reggiano e le nostre inconfondibili Lasagne) stiamo annaspando in un mare di incertezze per quanto riguarda la caffetteria e, fra queste acque, in molti non si sono ancora accorti di non essere più metro e misura dell’eccellenza nel mondo Espresso.

Il braccio di ferro che lascia tutti insoddisfatti


Oggi in Italia, tranne alcune rare eccezioni, quando si entra in un bar qualsiasi, a qualsiasi ora della giornata, si ordina un Espresso e lo si paga un euro tondo. Questo prezzo, così calmierato rispetto all’immensa filiera che produce la materia prima, è un costo di convenienza adattato al fabbisogno quotidiano del singolo che in realtà fa comodo a tantissimi magnati dell’industria. Spieghiamoci meglio: un vero esperto di caffè sa benissimo che quell’euro netto non potrà mai coprire le spese di tutta la coltivazione, lavorazione e produzione dei chicchi di caffè, ma le torrefazioni spingono affinché il Signor X al bar continui a pagarlo un euro, altrimenti l’intera filiera dovrebbe alzare vertiginosamente i prezzi di tutto l’operato. E, volendo davvero dirsela tutta, potrebbe mai il capitalismo industriale mettere da parte gli introiti per garantire il giusto guadagno a chi lavora con una materia prima, solamente perché bar, caffetterie e baristi hanno iniziato davvero a protestare? Non scherziamo, qui si tratta di una decisione presa nei decenni passati che oggi si ripercuote sulla vita di centinaia di migliaia di lavoratori, laddove il braccio di ferro fra chi importa/esporta caffè e chi poi lo produce, lo lavora e lo vende non riesce a trovare un punto d’incontro.

Da qui, il ragionamento prende delle pieghe ancora più demoralizzanti. Nella caffetteria siamo rimasti così indietro perché finanziamenti e comodati giocano ancora un ruolo fondamentale e non c’è la controspinta sociale adatta per scardinare la tragica pratica del “abbiamo sempre fatto così”. Questo supponente e ingordo status quo fra le istituzioni, che girano la testa dall’altra parte e il mito ormai assodato del caffè a un euro lasciano la situazione in un baratro di incertezza dove la battaglia viene portata rovinosamente avanti da quei pochi che davvero amano il proprio lavoro nel mondo della caffetteria e che stanno guardando questo macrocosmo gastronomico crollare sotto il suo stesso peso, incapace di reagire di fronte all’ingiustizia, lasciato solo davanti alla richiesta d’aiuto.

Il dramma della qualità che non giustifica il prezzo


Infatti, è sufficiente uscire dalla propria scatola mentale per rendersi conto che tutti i dissidi fra istituzioni, esercenti e consumatori hanno lasciato scivolare l’Espresso lungo un dirupo dal quale è molto difficile risalire: quello della scarsa qualità. Troppi italiani sono ancora convinti che il caffè a loro servito è quell’alta qualità deliziosa che erano abituati a bere i nostri nonni, o i nostri genitori. La cruda verità è che oggi in Italia nessuno -o quasi- beve caffè di alta qualità, e ci siamo così abituati a questo sapore un po’ amaro un po’ rancido da esserci convinti che è quello il sapore che un Espresso dovrebbe avere. Non è così. Mentre la certezza di moltissimi si basa ancora sul fatto che nella nostra bella penisola il caffè è perfetto così com’è, vi diciamo noi quali sono le certezze di cui possiamo “vantarci” oggi: baristi non formati, miscele scadenti, preparazioni raffazzonate, prezzi totalmente disequilibrati.


Da un lato un prezzo che, a tazzina, non copre le spese, dall’altro un prezzo che comunque in molti ritengono ancora troppo alto visto la scarsa qualità di quel che viene servito. E allora, perché in troppi ancora si lamentano del fatto che spesso i clienti entrano in un bar giusto per andare in bagno, o per guardare i risultati della partita, e nel frattempo consumano un caffè con disimpegno? Il disinteresse della clientela verso la tematica è da ricercare nella comodità di pagare poco una bevanda per la quale non ci si fa troppe domande, ma la riluttanza degli esercenti nell’accettazione delle cose così come stanno risiede nella loro nonchalance quando si parla di dedizione, impegno e passione per il proprio lavoro.

La verità, scomoda e malcelata sotto una coltre di dissapori ormai radicati nella collettività, è che un euro è troppo poco, per chiunque. Coltivatori e piccoli imprenditori hanno sulle spalle il peso di questa economia che punta sulla quantità anziché sulla qualità e quella moneta tonda non può coprire neanche una minima parte del costo di tutta la filiera, dal chicco alla tazza. La rinascita del settore caffetteria sarà un lavoro lungo ma necessario, il quale svolgimento creerà non poche diatribe nel settore. Sembra proprio una battaglia tutti contro tutti, dove la somma, finché le dinamiche rimangono quelle dette fino ad ora, è zero. Aumentare il prezzo della singola tazza significa non solo alzare l’asticella verso valori più adeguati, ma anche fornire la possibilità a qualunque esercente di investire sui prodotti, sulle lavorazioni, sul personale. E già questo farebbe un’enorme differenza in una realtà dove il pesce piccolo è asservito al pesce più grosso.


D’altro canto, questa polemica non può continuare a gravare solo sui baristi e sui singoli lavoratori. Chiunque consumi caffè espresso, ma anche chi preferisce il cappuccino, o lo beve decaffeinato, o non lo beve affatto perché il caffè gli crea acidità di stomaco, dovrebbe prendere coscienza di questa svalutazione che la bevanda subisce in Italia da ormai più di dieci anni, e quantomeno rendersi partecipe del fatto che la battaglia non è solo di chi è del settore, ma che ci riguarda tutti. Perché se noi clienti siamo i primi a girarci dall’altra parte e ad accontentarci di dare quella monetina per avere in cambio una tazza di scarsa miscela e pessimo gusto, allora siamo i primi colpevoli in questo gioco demoralizzante di sfruttamento. Noi tutti, anche quando ci crediamo assolti, siamo lo stesso coinvolti.

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