Editoriale

Esco o Unesco?

A due settimane dalla bocciatura della candidatura dell’espresso italiano come patrimonio immateriale dell’Unesco, cerchiamo di capire non tanto i motivi di questa piccola sconfitta, ma piuttosto cosa voglia dire considerare un patrimonio da preservare, un rituale giornaliero come quello del consumo dell’espresso.

Già perché io da due settimane (poco prima dell’annuncio da parte della Commissione Unesco) ho iniziato una campagna personale sui miei profili Facebook e Instagram, volta a evidenziare la situazione attuale della caffetteria in Italia. I risultati non sono di certo incoraggianti fino a questo momento. Questo è quello che faccio: ogni giorno mi fermo in un bar a caso lungo il mio percorso e ordino un espresso o un cappuccino. Il risultato viene pubblicato tra le mie storie con l’hashtag #colazioneitaliana. Ad oggi un solo cappuccino e un solo espresso degni di tale nome. Certo io da solo non faccio statistica, per questo invito chiunque a fare lo stesso seguendo queste semplici regole:

– entrare in un bar a caso al mattino (non una caffetteria conosciuta)

– ordinare un espresso o un cappuccino (volendo entrambi)

– fare una foto alla preparazione senza mostrare alcun riferimento relativo al marchio

– pubblicarla con hashtag #colazioneitaliana

– commentarla (opzionale)

Così avremo senz’altro un rislutato più significativo e una fotografia, letteralemente, del punto in cui siamo.

Agli occhi di buona parte di chi ama il caffè di qualità, sia italiani che stranieri, il nostro Paese non primeggia come un rappresentante dell’eccellenza mondiale. Di questo paradosso abbiamo parlato spesso, così come altrettanto spesso abbiamo discusso del valore di una tazzina del caffè legata al suo prezzo finale. Uno dei pochi prodotti, se non l’unico, che non riesce a smarcarsi dalla soglia psicologica dell’euro a tazza, sembra essere proprio il nostro espresso. Non c’è nessun altro bene a mio avviso, considerato un patrimonio, che goda di così scarsa considerazione e consapevolezza.

Per essere considerato tale dovrebbe essere protetto e tutelato da ognuno di noi, nei gesti che ogni giorno contribuiscono a generarlo. Avere operatori poco formati, consumatori distratti e accondiscendenti e prezzi al ribasso non aiuta di certo a valorizzare questo prodotto. Un patrimonio altrettanto maltrattato faccio fatica a trovarlo insomma.

Un altro esempio: avete provato a far caso agli articoli sulle principali testate che riportavano la notizia della mancata candidatura? Una di queste è quella che ho messo come copertina a questo articolo. Vi sembra un’immagine degna di un bene da tutelare? A me sembra solo garanzia di una gastrite.

Per concludere mi permetterei di dare alcuni consigli per i prossimi tentativi di candidatura, perché mi auspico si possa andare avanti:

– evitare di fornire specificità geografiche, giacché se patrimonio deve essere, deve essere di tutti indistintamente (e io da triestino nella richiesta attuale mi sono sentito escluso)

– proviamo a non dare a questa candidatura una valenza di tipo commerciale, perché se patrimonio deve essere, va riconosciuto e tutelato da ognuno di noi in quanto tale. È la nostra considerazione che lo renderà un patrimonio in primo luogo a livello culturale.

Anziché auspicare maggiore introiti a seguito di tale riconoscimento da parte della Commissione Nazionale Italiana per l’Unesco, curiamo e valorizziamo ogni giorno l’espresso che serviamo o riceviamo. Allora sì sarà un vero patrimonio di cui fregiarsi (e far pagare a prezzo adeguato)

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