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Il pianto dei ristoratori ad inizio stagione, ma quali sono le condizioni offerte?

Abbiamo intervistato Emanuele Caprarelli, barista di Scampia, in merito alla sua risposta ad Alessandro Borghese sulla questione del panorama lavorativo nel settore della ristorazione

Ogni anno puntuali come il sole di maggio, iniziano questa tiritera ristoratori e imprenditori del settore; cercano lavoratori ma nessuno si fa avanti. Viste le condizioni di lavoro e la professionalità diffusa, non ci è difficile immaginare perché…

Siamo arrivati a quel periodo dell’anno in cui avanzano disperate le campagne di reclutamento per trovare ragazzi/e nella stagione estiva. Baristi, camerieri, aiuto cucina, tuttofare dietro il bancone. Insomma, i grandi imprenditori si svegliano una bella mattina di maggio e si accorgono che non hanno abbastanza personale per coprire la fiumana di gente che arriverà da lì a poche settimane. Considerando che questa è la prima estate in cui si sono davvero aperte le gabbie post Covid-19, l’attesa sembra aver quadruplicato la domanda; i ristoratori si trovano infatti in quella calma apparente in cui la scelta del personale si profila sia quantitativa che qualitativa, perché non ci si può permettere che a metà luglio il cameriere di turno non sappia ancora apparecchiare la tavola per la cena.

Insomma, qui tutti sono alla ricerca di nuovo personale e lo cercano con tutta fretta. Si vedono ovunque cartelli e insegne, nuove offerte su Linkedin e post su Facebook. Nel calderone delle lamentele ci si sono infilati anche Flavio Briatore e Alessandro Borghese. Mentre il primo suggerisce che le persone giovani oggi non hanno più il lavoro duro e sudato come obiettivo, il secondo intima le persone che si affacciano nel mondo della ristorazione a lavorare pressoché gratis.

Essere trattati male e pagati poco è il miglior apprendistato. O no?

Dire che i tempi sono cambiati è la solita frase che non porta da nessuna parte, ma analizzare meglio il contesto socioculturale in cui viviamo è molto utile a capire le diverse parti. Da un lato, i sedentari della vecchia scuola. Hanno iniziato a lavorare appena finiti gli studi, si sono dedicati alla cucina fin dall’infanzia, e hanno accettato anche i lavori più miserabili pur di stare a contatto con realtà in cui sognavano di entrare. In alcuni casi, ce l’hanno fatta. Hanno investito nel loro futuro, hanno pure smesso di essere giovani molto presto, hanno compreso che lavoravano troppo e venivano pagati ancora troppo poco nonostante il loro nome iniziasse a essere importante, e quindi hanno iniziato a strizzare l’occhio a qualche sponsor, perdendo spesso in obiettività. Però col cambio ne hanno guadagnato molto. Raggiunta una cospicua stabilità economica, si imbrodano dicendo che il lavoro della ristorazione è umile e fare la gavetta significa guadagnare in esperienza. “Un percorso necessario per raggiungere dei risultati”, lo chiamano.

Però, c’è un però. Bisogna ammettere che è facile fare della filosofia quando la posta in gioco non è il tuo futuro, ma quello degli altri.

E poi l’altra sponda, una enorme accozzaglia di persone più o meno giovani, più o meno felici. Tanto per incominciare, lo stress da pandemia ha rovinato l’esistenza dei giovanissimi molto più di quanto lo abbia fatto con le altre generazioni. Questo non significa che il dolore delle persone più adulte non conti niente, ma che quello dei giovani si rifletterà negli anni a venire perché è venuto a mancare un aiuto sociopsicologico dall’esterno. Quindi, non solo sono giovanissimi, ma sono anche già disillusi della vita. Dalla loro, vista l’età, hanno la passione. La passione verso un’attività secolare nella storia dell’umanità: la ristorazione e la caffetteria. Non tutti, ovviamente, c’è chi la vive come un ripiego estivo e chi invece è pronto a dedicarsi anima e cuore al benessere del cliente. Il dramma è che il mercato non fa eccezioni sentimentali, e che i contratti lavorativi non conoscono emozioni: che si abbia bisogno di un lavoretto estivo o che lo si consideri un trampolino di lancio per la carriera da barista, i termini non cambiano. Né cambiano le disponibilità dei datori di lavoro.

La mancata melodia fra occupazione e lavoratori

Consci della mancanza di voglia di qualcuno, gli imprenditori si sono chiusi nella loro bolla di inconsapevolezza e furbizia. Creano contratti di scarsa validità legale, propongono orari e turni disumani, e condizioni di lavoro alla stregua dello sfruttamento, con la complicità di chi le leggi le fa e il silenzio dei sindacati. Sono realtà che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno ma di cui non ci preoccupiamo troppo. Il nostro interesse inizia e finisce con il nostro caffè consumato al bancone, o il nostro piatto da tavola calda finito in fretta durante la pausa pranzo. Se qualcuno ce lo chiedesse, sarebbe quasi scontato schierarsi con i lavoratori, perché sappiamo che nel più delle situazioni, lavorano troppo e per troppo poco.

Volendo però guardare ogni lato della medaglia, sappiamo anche bene quanto un imprenditore deve spendere per formare una persona, per insegnarle il mestiere e per tenersela. Perché tanti giovani cercano un mentore che li accompagni nella professione, ma non vogliono realmente fare i baristi o i camerieri, preferiscono aprire poi un locale loro, tentare la sorte e iniziare una nuova attività. Il datore si ritrova così con del personale in meno, e un lavoro da ricominciare daccapo. Quindi, memori di brutte esperienze passate, cercano persone già capaci ma con poche esigenze.

Non si lavora gratis. Nel 2022 non si fa nulla gratis. Sorridere, forse.

Viviamo nell’epoca del consumo e dell’abuso, abbiamo tramandato ai giovani questa fame di vivere e di non essere mai sazi. Perché dovrebbero considerare il vademecum di Alessandro Borghese come una legge valida per tutti? Cosa gliene viene ai giovani di imparare gratis, se poi i termini contrattuali rimangono miseri per chiunque? No, le persone oggi non faranno i mestieri di camerieri e baristi senza un compenso. Non lo faranno perché sanno bene che là fuori c’è ben altro, esistono professioni che permetteranno loro di guadagnare senza alzarsi dalla scrivania, di occupare il tempo come influencer, o ancora di poter girare il mondo e allontanarsi dalle dinamiche tossiche che la nostra bella penisola propone ogni anno.

Gli imprenditori della caffetteria rischiano di perdere moltissimi giovani talenti pur di lanciare il prezzo al ribasso, si bruciano possibilità incredibili e accrescono il sentimento di rivalsa nei confronti di chi, come i personaggi citati a inizio articolo, sente di essere già arrivato e quindi crede di poter elargire commenti sprezzanti verso generazioni che non hanno alcuna intenzione di essere sfruttati ancora e ancora.

Abbiamo parlato con Emanuele Caprarelli, il ragazzo che ha risposto ad Alessandro Borghese e Flavio Briatore

Ex barista della zona Scampia, Napoli. Giovane appassionato, amante del caffè e della vita, ha fatto i conti con la realtà troppe volte. Legge i commenti sprezzanti di Briatore e Borghese e non ci sta. La sua storia rivive delle esperienze di milioni di giovani italiani che, sfruttati e sottopagati, si ritrovano con 70 ore di lavoro settimanali e un pugno di mosche. Emanuele ha raccontato la sua storia a Napoli Today, parlando di come lavorasse sodo per guadagnare meno di 1000 euro al mese, e di come il mondo della caffetteria italiana ha infranto il suo sogno avvilendolo anno dopo anno. Di fronte a una vicenda che pone la caffetteria sotto una luce così cupa, noi vogliamo scavare un tunnel per raggiungere la superficie.

Caro Emanuele, anche noi amiamo la caffetteria. Soprattutto, amiamo il lavoro onesto e i lavoratori felici. Tu pensi che oggi chi aveva la passione per la tua professione, la senta ancora?

Come in ogni lavoro occorre la passione. La ristorazione è un settore fatto di tanto sacrificio ma anche di tante soddisfazioni, molte delle quali è proprio il cliente a regalarcele. Alle volte dovrebbe essere invece il datore di lavoro a gratificarci, ma non accade quasi mai.

Alessandro Borghese ha detto quello che ha detto, non stiamo a ripeterlo. Parole dette con leggerezza e forse un pizzico di superficialità. Quante volte ti è capitato che ti venisse chiesto di lavorare pressoché gratis? Hai imparato qualcosa (a livello lavorativo) da quelle esperienze? È vero che alle volte lavorare gratis è una è anche un modo per imparare e formarsi?

‘Lavorare’ e ‘gratis’ sono due parole che non possono convivere. Per la formazione ci sono le scuole accreditate. Unitamente al corso teorico si prevede un tirocinio professionalizzante, ed è proprio questa fase ad essere l’unica che non prevedere un corrispettivo monetario in cambio delle ore di lavoro, proprio perché si sta imparando. Alla fine del corso si rilascia un attestato che permette poi di lavorare con persone più esperte, ma qui parliamo di lavoro a tutti gli effetti e, come previsto dalla legge, deve essere riconosciuto come tale.

Noi non abbiamo una soluzione che possa andare bene a tutti, lavoratori e imprenditori. Ma forse la tua voce può essere il trampolino di lancio perché qualcosa si smuova. C’è un modo per uscire da questa situazione?

Purtroppo, la mia voce può far smuovere qualcosa solo se accompagnata dalle voci di tutti, altrimenti resta un grido solitario. Credo che i datori di lavoro insieme ai propri dipendenti debbano continuamente confrontarsi e trovare punti d’incontro ma perché ciò accada dovrebbero esserci molti più controlli e verifiche da parte di chi di dovere.

Come vedete la passione da sola non basta e se nemmeno un grande nome come quello di Alessandro Borghese è in grado di ispirare persone capaci intorno a lui forse un dubbio si dovrebbe sollevare a lui per primo.

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