Editoriale

La valorizzazione delle tradizioni passa attraverso la conoscenza

Espresso, cappuccino e moka rappresentano l'italianità della caffetteria nel mondo. Ma a quanto teniamo e come valorizziamo questi nostri patrimoni?
moka

Non so se ci avete fatto caso ma le foto che accompagnavano la notizia del mancato riconoscimento dell’espresso a patrimonio immateriale dell’Unesco ritraevano quasi tutte una tazza scadente, estratta malissimo e per niente invitante. Questa quindi è la fotografia (nel vero senso della parola) dell’attuale situazione in cui versiamo. Espressi spesso non all’altezza di questo nome, bevuti in maniera distratta dal consumatore medio e nel peggiore dei casi anche con una certa trascuratezza per quel che riguarda la pulizia di base, non solo delle attrezzature ma anche delle superfici e della postazione di lavoro.

Se passiamo al cappuccino la situazione è forse anche messa peggio. Lattiere poco professionali, lance vapore incrostate o poco pulite e montature del latte eseguite in maniera pessima per non parlare dell’esecuzione nel versaggio. Lo dico a ragion veduta avendo esplorato nell’ultimo mese una buona parte di stivale con risultati ahimè desolanti. Credo che dovremmo rivedere la nostra idea di patrimonio nazionale e salvaguardia dello stesso. Se andassi infatti ad imbrattare le mura del Colosseo, esempio più sommo di un patrimonio culturale garantito dall’Unesco, credo verrei identificato e arrestato nel giro di qualche miunuto. Per i nostri emblemi della caffetteria nel mondo invece permettiamo che ci venga somministrato di tutto, senza pietà alcuna. Purchè costi un euro o giù di lì. Per avere una preparazione fatta in maniera non dico ottima, ma decente, ci tocca infatti fare i chilometri e avere una destinazione ben precisain mente

Vi siete mai domandati il perché di tanto proliferare dei metodi porzionati e avete mai indagato il motivo della crisi di numerosi bar, anche pre-pandemia? Certo, capsule e cialde sono comode, ma vi sembra normale che per molti siano di gran lunga meglio dell’espresso preso al bar? Sarebbe come dire che le pizze surgelate sono qualitativamente superiori di quelle preparate sul momento in pizzeria. Paradossale lo so, ma è la cruda (anzi bruciata) e decisamente amara realtà. Le tradizioni, affinché possano essere motivo di vanto, devono essere accompagnate dalla conoscenza e la professionalità. Restano altrimenti un contenitore senza contenuto, forma senza sostanza. Destinate quindi a restare tali solo sulla carta. Un ricordo sbiadito più che un motivo di vanto.

Tra i metodi di preparazione tradizionali all’interno delle mura domestiche resiste invece ancora la moka, nonostante il proliferare delle suddette macchine monodose. Anche in questo caso, a che condizioni? C’è ancora chi sostiene in modo convinto che, affinché possa essere prodotta una tazza di qualità, questa non debba essere pulita. Ora domando: esiste altro utensile all’interno della vostra cucina che merita tale trattamento? No vero? E perché mai quindi il caffè merita tale “privilegio”? Davvero insipegabile. Se iniziassimo a lavorare di più sulla cultura, sulla conoscenza e la professionalità, io dico le nostre tre principali tradizioni in materia di caffè – espresso, cappuccino e moka – non avrebbero bisogno di grandi approvazioni esterne. Per il momento sulla materia stiamo tornando all’ABC, inutile quindi parlare di poesia in rima. Tantomeno di canto lirico.

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