Mercato

L’economia del caffè vista da un esperto di economia del vino

Durante la realizzazione del lavoro “Caffè & Vino, due mondi un documentario”, il film ideato insieme ad Andrej Godina con la collaborazione di Ivan Marchitiello e la regia di Vincenzo Lamagna, ho avuto modo di conoscere molti professionisti di questi due mondi. Uno di questi è stato il Professor Stefano Castriota.

Stefano è uno dei più esperti conoscitori di Economia del Vino in Italia, tanto da aver pubblicato un testo dall’omonimo titolo ed aver addirittura inaugurato un percorso d’insegnamento con il medesimo tema all’interno del corso di laurea di economia dell’università di Pisa.

Questa specifica professionalità, sebbene originale dato il suo esordio come cattedra d’insegnamento, mi ha però molto fatto pensare a quanto importante sia l’insegnamento dei dati, delle statistiche e dei trend di produzione e consumo legati ad una bevanda. Dando uno sguardo all’enciclopedia Treccani, alla voce “economia” si legge: “Complesso delle risorse (terre, materie prime, energie naturali, impianti, denaro, capacità produttiva) e delle attività rivolte alla loro utilizzazione, di una regione, uno Stato, un continente, il mondo intero…”. Indagando sul sgnificato primo del termine si arriva alla sua etimologia, che trae spunto dal greco Oikonomia, che sta per Oikeo (amministro) e Nomos (regola), ovvero in un concetto: le regole di gestione.

Economia del vino è dunque tutto ciò che consente al vino di produrre denaro. Conoscere l’economia di un settore, qualsiasi esso sia, significa conoscere le regole del gioco, vedere numeri dove gli altri vedono solo un elemento bi- o tridimensionale, saper trasformare in opportunità piccoli segnali, rendere sostenibile un’apparente scommessa. Non conoscere l’economia, per contro, significa abbandonarsi alla teoria del tutto e contrario di tutto, non avere ordini di misura, e soprattutto rischiare in ogni momento il fallimento di un business.

In un momento storico in cui il caffè (purtroppo non solo il caffè) vive tantissimi sconvolgimenti, dal cambiamento climatico alla crisi energetica, dalla carenza di braccianti all’impoverimento degli agricoltori, passando per la moltiplicazione dei costi di trasporto e stoccaggio e l’affannoso e lentissimo avanzamento della coscienza gustativa da parte dei consumatori, sono rimasto a dir poco stupito della pochissima e rarissima attenzione (fatta eccezione per alcune aziende strutturate con questa specifica professionalità) di buona parte degli operatori del mondo caffeicolo nello studio sistematico dell’economia del caffè. Se si esclude un master, per giunta a numero chiuso, infatti, sembra non esservi traccia dell’insegnamento sistematico dell’economia del caffè.

Dunque, per fugare ogni dubbio in merito a questa inspiegabile carenza ho preferito investigare l’enigma in modo diretto, togliendo ogni alibi alla mia approssimazione, rivolgendo, dunque, direttamente al professor Castriota alcune precise domande sulla funzionalità della materia economica applicata ad un settore come quello del vino o del caffè e sugli effetti positivi che a medio lungo termine una cultura economica mirata potrebbe sortire per gli addetti al mondo del caffè.

Stefano, perché uno studente dovrebbe studiare economia del vino, ovvero quali sono le skills che derivano dallo studio della materia economica applicata a una bevanda?

Il settore vitivinicolo italiano vanta un fatturato di 12 miliardi di euro con esportazioni in costante crescita. A ciò bisogna aggiungere il turismo enogastronomico che in Italia ha un enorme potenziale sfruttato solo in minima parte. In un paese da decenni in grande affanno, questo è uno dei pochi settori che regala soddisfazioni, occupazione e crescita. Lo studio dell’economia del vino è importante sia per chi gestisce le aziende che per chi lavora in un ente pubblico. Questa materia, infatti, aiuta a comprendere l’evoluzione del mercato domestico ed internazionale e le politiche che possono essere adottate per aiutare la crescita del comparto, con particolare attenzione all’internazionalizzazione delle imprese, ai danni causati dall’abuso di alcol ed alle politiche volte a favorire un consumo moderato e responsabile. Per diventare dei professionisti, prima di iniziare con il lavoro sul campo è sempre auspicabile una buona formazione in aula.

Considerando la storia del caffè anche dal punto di vista economico, decisamente più giovane rispetto a quella del vino, il fatto che il caffè sia una commodity, e che questo abbia una filiera transnazionale, come imposteresti un corso di economia del caffè?

Di ogni mercato agro-industriale è necessario innanzitutto imparare la storia e la geografia economica: quali sono i principali paesi per produzione, consumo ed esportazioni. Bisogna poi acquisire consapevolezza dei punti di forza e di debolezza dei vari tipi di aziende (private, cooperative, etc.), affrontando il tema della riduzione delle iniquità nella determinazione della catena del valore. La convenienza economica di investire in “specialty coffee” e prodotti biologici o equosolidali va studiata con attenzione, così come le politiche pubbliche più adeguate a favorire il comparto. In Italia, con il prezzo al bancone del bar uniformato ed appiattito verso il basso, si offre un caffè di una sola varietà e qualità e non si è compreso che il consumatore è disposto a pagare per prodotti di qualità più alta o per varietà che riflettono maggiormente i propri gusti.

Quanto credi che la case history del vino sia replicabile nel mondo del caffè dal punto di vista economico. Mi spiego, a tuo avviso vi saranno mai dei prodotti icona come lo champagne per il mondo del caffè, si svilupperà uno stile di bevuta, le multinazionali, ovvero i top players, aumenteranno la loro attenzione alla qualità del caffè nel prossimo futuro?

I consumatori di tutto il mondo sono sempre più sensibili sia alla salubrità che alla qualità organolettica degli alimenti, quindi sicuramente c’è spazio per i produttori che vogliono alzare il livello qualitativo. Non sono del tutto convinto, però, che vi sia ampio spazio per prodotti di eccellenza al pari dello Champagne; l’elevata disponibilità a pagare per il vino di alto livello è spesso legata alla circostanza in cui viene consumato, come una cena romantica o con amici, un festeggiamento, etc. Il caffè, invece, viene solitamente consumato con una frequenza molto più elevata, di giorno, spesso in circostanze lavorative ed in solitudine. Tutti fattori che riducono la disponibilità a pagare del consumatore.

Stando alle dichiarazioni del Professor Castriota, si apprende dunque l’essenzialità di porre maggiore attenzione, nel prossimo futuro, allo studio economico della materia caffè, e ciò sia poter prevenire situazioni critiche che per poter assumere la giusta prospettiva in un mercato che sembra essere in rapido movimento. Si tratterà di capire, ancora una volta, se nel tempo prevarrà l’abitudine o la nuova attitudine al consumo di qualità. Una cosa è certa però, se questi dati non verranno attentamente raccolti ed esaminati, si corre il serio rischio di rimanere perennemente indietro rispetto a chi, invece, possiede una chiave di lettura macro economica.

Qui il link della sua intervista integrale resa per il Film Documentario “Caffè & Vino”

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