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Viaggio In Uganda

Il report di viaggio di Erminia Nodari, fondatrice di Critical Coffee, organizzato dalla Slow Food Coffee Coalition

Un paio di mesi fa, in occasione della quarta edizione dell’Uganda Coffee Festival tenutosi a Mbale City il 12 maggio organizzato da Slow Food International e da Slow Food Coffee Coalition , ho trascorso una decina di giorni nel paese africano con lo scopo di visitare le comunità di coltivatori che hanno scelto l’agroforestazione al posto della monocultura sia in aree destinate alla coltivazione di Robusta che in aree montane dedicate alla coltivazione di Arabica.

Durante il viaggio siamo stati accompagnati nella zona protetta di Lowero dove vengono conservate e tutelate le altissime piante di Liberica, la specie selvatica originaria proprio di questa zona dell’Africa.


Insieme a me, il coordinatore di SFCC Emanuele Dughera, Oliviero AloJo della torrefazione Ialty e due ricercatori della FAO, che, in collaborazione con Slow Food, si interessa allo studio di modelli di sviluppo agricolo alternativi alla monocoltura per contrastare la crisi climatica e le gravi conseguenze che questa sta evidenziando a livello globale.

L’Uganda, ex colonia britannica, è un paese fortemente agricolo che ha sostituito solo di recente le grandi proprietà terriere con una distribuzione dei terreni agricoli affidati ai piccoli produttori. Oltre al caffè, che rappresenta la principale fonte di reddito per la popolazione rurale, vengono coltivati il tè, il cacao, la vaniglia per l’esportazione, mentre frutta e verdure, pesca ed allevamento sono ad uso del mercato interno.

Un milione e seiecentomila piccole fattorie danno reddito a circa 6,8 milioni di ugandesi.

Il tema del festival “Sbloccare le barriere che impediscono alle comunità che hanno scelto l’agroforestazione l’accesso alle informazioni per ottenere maggiori vantaggi economici e maggiori riconoscimenti ai loro sforzi di tutela del territorio” ha acceso un dibattito costruttivo fra i partecipanti, testimoni di un cambiamento importante ma sul successo del quale pesano ancora le incognite causate da interessi economici dai quali i produttori sono esclusi.



Presenti al festival numerosi piccoli produttori che hanno aderito alla rete Slow Food, ricercatori ed agronomi di alcuni istituti di ricerca ugandesi, esportatori e rappresentanti delle istituzioni governative.

Ospite di eccezione Edward Mukiibi, attuale presidente di Slow Food International, agronomo tropicale, impegnato anche in numerosi progetti che, anche in Uganda, hanno come obiettivo l’educazione alimentare ed agricola, promuovendo la costruzione di sistemi che privilegiano le risorse locali, associando la conoscenza e le tradizioni agricole all’innovazione pulita. Insieme a Eddy Mukiibi l’affiatato staff di Slow Food Uganda coordinato da John Wanyu ha contribuito ad estendere la nostra conoscenza del sistema agricolo ugandese.

Dalle più vicine coltivazioni organiche di Robusta di Ntanzi e Bukunja a quelle di Arabica alle pendici del Monte Elgon, inerpicate su pendii impervi, abbiamo incontrato i protagonisti di questo importante progetto di tutela del territorio, di salvaguardia della biodiversità che hanno deciso di non abbattere alberi per far posto alle coltivazioni, ma di far crescere il caffè in mezzo e all’ombra di altre piante, come in origine.

Specialmente per la Robusta, la coltivazione in ombra, tra alberi di cacao, vaniglia, mango e altri alberi più ad alto fusto è una vera novità, che arricchisce il suolo in modo naturale e influisce positivamente anche sulla consistenza e complessità dei chicchi di caffè.


Si tratta di veri e propri coffee gardens che, anche visivamente, nulla hanno a che fare con le estese aree monocolturali. Questa scelta, oltre ad influire positivamente sulla crescita del caffè, che prende meno sole diretto e matura più lentamente, mantiene il terreno più umido, riduce notevolmente l’impatto di CO2 e arricchisce il suolo di compost naturale.

Infine, gli alberi sono un formidabile richiamo per gli impollinatori e la fauna. Il sistema agroforestale, sostenuto da SFCC , associato all’economia circolare, promuove la coltivazione di varietà autoctone restituendo identità al caffè, tutela l’ambiente e alza lo standard qualitativo della produzione.

Rinunciare alla monocultura è un forte segnale di consapevolezza che i produttori lanciano e che, tuttavia, non li avvantaggia per ora in alcun modo economicamente, perché, nella catena del valore, gli anelli che vengono subito dopo di loro, ignorano i loro sforzi e non sono interessati a incentivare la qualità e l’identità del caffè, togliendo continuità alla catena del valore.

I piccoli produttori che aderiscono al sistema di agroforestazione vogliono giustamente essere inclusi nel programma di trasformazione del settore del caffè, ma per ora, in Uganda, ci sono dei ‘colli di bottiglia’, dei paradossi e delle incongruenze da superare.

1. In Uganda, come in molti paesi ex colonie britanniche, il caffè non è una bevanda popolare, non fa parte della tradizione e della quotidianità anche fra coloro che lo coltivano e processano.

2. Non ci sono scuole che preparino i coltivatori alla conoscenza e pratica dei processi di estrazione del caffè, all’assaggio e ai processi di fermentazione.

3. Questo aspetto importante riduce notevolmente la consapevolezza della qualità in tazza, la conoscenza delle caratteristiche del profilo sensoriale, ed esclude i produttori dalla commercializzazione e dai processi di trasformazione, sempre più importanti per stabilire gli standard qualitativi.

4. E’ indispensabile che le comunità del sistema agroforestale accrescano la propria conoscenza tecnica estendendola alle altre fasi della catena produttiva, che conoscano la bevanda che si ottiene dai chicchi e che si rendano autonomi nei processi di fermentazione.



Il rischio è che, paradossalmente, tutto il lavoro di miglioramento in campo vada ad avvantaggiare gli esportatori che hanno il monopolio delle stazioni di selezione e lavaggio e che vedono migliorata la qualità del raccolto, pagandola sempre e comunque pochissimo escludendo i produttori dalla commercializzazione e dai vantaggi di standard più elevati.


di Erminia Nodari (in foto)