Editoriale

L’arte dell’improvvisazione

La caffetteria italiana è rinomata in tutto il mondo, ma sempre più per la tradizione che ci lega a questa bevanda e sempre meno per degli standard condivisi sulla qualità del prodotto.

In Italia, la caffetteria è molto più di una semplice tazza di caffè. È una parte intrinseca della cultura, un momento di pausa e socializzazione, e per molti, una vera e propria passione. Tuttavia, questo settore è in balìa di un dilemma: l’arte dell’improvvisazione contro la ricerca di standard di qualità, i prezzi al ribasso in contrasto con quelli differenziati per tipologie di caffè. Ecco perché urge discutere di queste sfide e trovare possibili soluzioni.

La caffetteria italiana è rinomata in tutto il mondo, ma sempre più per la tradizione che ci lega a questa bevanda e sempre meno per degli standard condivisi sulla qualità del prodotto. La creatività, si sa, è un patrimonio importante del nostro Paese, ma se questa non viene canalizzata su dei binari precisi, rishcia di diventare più che altro pressapochismo. Un tempo, bere un espresso o un cappuccino preparato secondo i crismi al di fuori del nostri confini, sembrava un’impresa eroica. Ora chi di caffè ne capisce e lo apprezza, sa che in gran parte delle capitali europee si possono trovare caffetterie con un vasto ventaglio di scelta, con diverse metodologie di preparazione, diverse possibilità di scelta a livello organolettico e qualitativo con conseguente differenziazione di prezzo. Al rientro in Italia, il patatrac. In pochi che sappiano operazioni semplici ma basilari, come aggiustare dose e granulometria, montare il latte o la banale pulizia delle attrezzature (sì perché c’è ancora chi crede che una macchina non pulita possa migliorare il gusto del caffè). Attività che dovrebbero essere considerate di routine, diventano così motivo di stupore e meraviglia.

Il dilemma del prezzo

Uno dei problemi principali nel settore è l’attenzione eccessiva ai prezzi più bassi. In un mercato competitivo, chi offre prezzi al ribasso fa notizia e viene quasi innalzato a modello, mentre chi cerca di mantenere standard qualitativi più elevati viene messo alla gogna o, in qualche caso, addirittura denunciato. Questo atteggiamento mette in secondo piano il valore. Laddove il prezzo diventa l’unica discriminante che determina una scelta, significa che non c’è valorizzazione né del prodotto né della professionalità di chi lo trasforma e serve.

Il caffè non è solo una bevanda, ma un prodotto complesso dall’approvvigionamento alla preparazione. Gli esercenti che cercano di offrire una varietà più ampia di caffè di alta qualità e applicano prezzi differenziati dovrebbero essere considerati i veri eroi moderni. La selezione accurata e la cura nella preparazione potrebbero così essere riconosciute e apprezzate dai consumatori, a prezzi diversi anche molto lontani dalla soglia psicologica di 1 euro. Chi fa pagare poco un espresso, non è più onesti di altri, ma ha deciso che da quell’espresso non vuole trarre una fonte di guadagno. Legittimo, se si tratta di una strategia di marketing, al pari di dare prodotti omaggio. Il prodotto però in questo modo finisce per essere svilito, trattato non come eccellenza, ma al pari di una spilla o un adesivo.

Un bene alimentare complesso

La produzione di una tazza perfetta di caffè richiede un processo complesso e dettagliato, dalla coltivazione delle piante all’arte della tostatura. Questo processo merita di essere valorizzato e quindi anche raccontato meglio. In questo modo potrà anche essere riconosciuto dai consumatori, spesso inconsapevoli delle diverse fasi che precedono l’estrazione in tazza.

Riconoscere l’arte, la passione e la dedizione che si nascondono dietro ogni tazza di caffè è essenziale per valorizzare il patrimonio italiano e creare un ambiente più sostenibile per gli esercenti. Sostenere la qualità dovrebbe essere un obiettivo primario, e solo così il caffè potrà ritornare al suo status di bene alimentare complesso, piuttosto che essere considerato un prodotto accessorio.

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